Il disegno di legge sul suicidio medicalmente assistito, approvato lo scorso giugno dalle commissioni riunite Giustizia e Affari sociali del Senato, sembra destinato a un nuovo rinvio: ad oggi ammontano a 150 gli emendamenti presentati, in larga parte dalle opposizioni, e l’ipotesi di un’approvazione rapida si allontana. L’orientamento emerso nel corso delle ultime riunioni parlamentari è quello di posticipare la discussione in Aula a dopo la pausa estiva, nel frattempo le commissioni torneranno a riunirsi per valutare un possibile accorpamento delle modifiche, ma resta evidente che il testo, così come concepito dalla maggioranza, non ha trovato significative sponde in Parlamento e ha riaperto uno scontro acceso, sia sul piano politico che su quello dei diritti.
Il contenuto della proposta legislativa è stato difatti oggetto di forti critiche fin da subito e, nonostante la Corte costituzionale con le sentenze n. 242 del 2019 e n. 66 del 2025 avesse tracciato con chiarezza i margini entro cui è possibile riconoscere la legittimità dell’aiuto medico alla morte volontaria, il testo licenziato dalle commissioni si muove in direzione diametralmente opposta: emblematico il primo articolo, in cui si afferma l’indisponibilità assoluta della vita come principio cardine dell’ordinamento, negando in radice l’esistenza di un diritto soggettivo all’assistenza al suicidio; si prosegue riscrivendo la disciplina dell’art. 580 c.p. allo scopo di introdurre una causa di non punibilità limitata a condizioni estremamente stringenti: l’esclusione della responsabilità penale sarebbe possibile soltanto nei confronti di chi presta assistenza a persone maggiorenni, capaci di intendere e di volere, affette da patologie irreversibili e mantenute in vita esclusivamente da trattamenti sostitutivi di funzioni vitali. Ma soprattutto, si subordina l’accesso al suicidio assistito all’inserimento obbligatorio in un percorso di cure palliative, quando la Corte costituzionale aveva previsto che queste fossero offerte come possibilità, valorizzandone il ruolo clinico e relazionale, ma lasciando comunque la scelta al paziente, nella proposta della maggioranza diventano invece una condizione necessaria, che finisce per svuotare quel margine di autodeterminazione che la Consulta aveva inteso preservare. La reazione della comunità scientifica è stata immediata: la Società Italiana di Cure Palliative (SICP) e la Federazione Cure Palliative (FCP) hanno presentato osservazioni formali, sottolineando che l’attuale formulazione rischia di svuotare di senso la relazione di cura e di compromettere l’efficacia clinica degli interventi, sottolineando come le cure palliative debbano consistere in un diritto da garantire, e non un passaggio obbligatorio da imporre, rivendicando il pieno coinvolgimento del Servizio sanitario nazionale come elemento imprescindibile per assicurare equità, appropriatezza e trasparenza nei percorsi di fine vita.
Un altro punto centrale riguarda il ruolo del Sistema Sanitario Nazionale: il testo della maggioranza, promosso in particolare da Lega e Fratelli d’Italia, ne esclude qualsiasi coinvolgimento, sostenendo che l’assistenza al suicidio non debba gravare né sulle strutture pubbliche né sulle finanze statali; anche in questo caso si tratta di una scelta in netto contrasto con i principi affermati dalla Corte costituzionale, la quale individuava proprio nel servizio pubblico il perno attorno a cui costruire un percorso accessibile, trasparente e rispettoso dell’autodeterminazione individuale.
Come accennato, in questo contesto le opposizioni hanno tentato di correggere le storture più evidenti attraverso un ampio pacchetto di emendamenti: il Partito Democratico ha proposto l’istituzione di commissioni locali presso le aziende sanitarie in luogo del Comitato nazionale, sono state avanzate modifiche per ridurre i tempi di risposta delle autorità preposte, accorciare il termine di quattro anni previsto per la ripresentazione delle richieste respinte, e rendere più proporzionati i requisiti richiesti per l’accesso.
Alcuni emendamenti puntano anche a circoscrivere l’obiezione di coscienza, prevedendo in ogni caso l’obbligo per le strutture sanitarie di garantire l’accesso alla procedura, in direzione contraria Fratelli d’Italia, vieta espressamente qualsiasi forma di eutanasia e impedisce l’istituzione di centri dedicati al fine vita, segnando con nettezza l’impronta ideologica dello scontro in corso.
In parallelo, è ancora una volta dalla società civile che arriva una risposta concreta: l’Associazione Luca Coscioni ha già raccolto oltre 70.000 firme a sostegno della proposta di legge di iniziativa popolare “Disposizioni in materia di aiuto medico alla morte volontaria”, che mira a rendere effettivo l’accesso al suicidio medicalmente assistito, superando gli attuali ostacoli normativi e garantendo un quadro giuridico chiaro, fondato sull’autodeterminazione e sull’equità dell’accesso, la proposta punta a rendere esigibili le condizioni indicate dalla Corte costituzionale già nel 2019, e a colmare il vuoto lasciato dall’inerzia delle istituzioni, assicurando tempi certi, trasparenza procedurale e il pieno coinvolgimento del Servizio sanitario nazionale. In un Paese dove i tribunali suppliscono al silenzio del legislatore, e dove le scelte sul fine vita restano affidate alla geografia, alla fortuna o alla disponibilità di singoli medici, l’iniziativa “dal basso” dell’Associazione non rappresenta soltanto un’alternativa normativa, ma un richiamo profondo al senso stesso della democrazia: quando la politica rinuncia a decidere, è la società che si prende la responsabilità di indicare una via.
